Intervista di Nicholas Tucker con JOHN BOWLBY. Figura materna e sviluppo infantile, separazione e disadattamento, le nuove unioni familiari, il ruolo della madre nella società contemporanea.
*articolo tratto da Psicologia Contemporanea
Nicholas Tucker: Più di molti altri psicologi di questo secolo, lei ha concentrato l’attenzione sull’importanza dell’attaccamento precoce madre-bambino e sugli effetti negativi che si possono avere quando questo legame si interrompe o è generalmente inadeguato. Può dirci come si sono sviluppate queste idee nel corso della sua vita professionale?
John Bowlby: Dipende fin dove vuoi risalire. Sono nato in una famiglia di medici e, in parte per influenza di mio padre, andai a Cambridge a studiare medicina. Ma non ne sono mai stato entusiasta e al terzo anno di università cominciai a occuparmi di psicologia. Poi ho abbandonato del tutto la medicina e per un anno ho lavorato in quello che ora si chiamerebbe un istituto per bambini disadattati, organizzato secondo principi non molto diversi da quelli di A. S. Neill. C’erano una ventina di ragazzi, dai cinque ai diciotto anni, e a volte penso di aver imparato tanto sullo sviluppo e la psicologia in quel periodo, quanto ho potuto imparare in tutto il resto della vita.
N.T.: Dev’essere stata un’esperienza poco convenzionale per quei tempi.
J. B.: Poco convenzionale, è vero. Mio padre era piuttosto disperato che avessi abbandonato la retta via della medicina per prendere strade così insolite. Poi decisi di venire a Londra a finire l’università e, dopo la laurea in medicina, darmi alla psicoanalisi, con l’idea di diventare psichiatra e psicoanalista infantile, come infatti feci. Verso il 1936 lavoravo al Centro d’Igiene Mentale Infantile di Londra, che a quel tempo era a Canonbury, e stavo cominciando lo studio che alla fine è sfociato nel mio libro Forty-four Juvenile Thieves. Il libro è rimasto inedito fino al ’44, ma il lavoro era già finito prima della guerra; quello che mi interessava era richiamare l’attenzione sull’importanza dei fattori ambientali precoci nello sviluppo del carattere nevrotico. A quei tempi la psichiatria tradizionale pensava che un interesse del genere per l’ambiente nei primi mesi di vita fosse una stupidaggine e la stessa psicoanalisi non ha mai dato molto peso all’esperienza reale, preferendo concentrarsi sulla vita immaginaria del paziente, cosa che a me è sempre sembrata uno sbaglio.
N.T.: Mary Ainsworth, che pure ha sostenuto fedelmente le sue idee, tuttavia ha scritto che in quel primo lavoro lei ha dimenticato di chiarire che non è solo la separazione a determinare in seguito turbe del carattere, ma anche la carenza generale che spesso ne deriva, poniamo quando un bambino non trova una famiglia adottiva che l’accogli con calore. Un bambino che viene messo in istituto, per esempio, può subire un continuo alternarsi di figure materne e ricevere cure sostitutive generalmente inadeguate. Questa dimenticanza, è sempre Mary Ainsworth che lo dice, ha portato a frequenti equivoci. Lei accetta ora questo discorso?
J. B.: Sì, l’accetto. Tuttavia, la mia scelta della separazione prolungata come punto di partenza dell’indagine era voluta. Ho insistito su questa come causa probabile del disadattamento nei ragazzi che rubano non perché pensassi che fosse necessariamente la più importante, e nemmeno la più frequente, fra le esperienze negative che un bambino o adolescente disadattato può aver vissuto, ma piuttosto perché le prove di tale separazione erano dimostrabili nelle biografie di quei ragazzi, mentre gli aspetti nocivi più sottili del rapporto genitore-bambino, su cui penso di potermi ritenere abbastanza competente, a quel tempo non era possibile dimostrarli. Variabili del rapporto, come il «rifiuto» e simili, che ho sempre saputo essere estremamente importanti, erano così difficili da precisare che i miei colleghi, come potevo capire dai loro discorsi, preferivano sbarazzarsene del tutto. Io scelsi a ragion veduta quello che mi sembrava l’evento più semplice e documentato fra quelli che potevano causare in seguito un disadattamento nei ragazzi, nel senso che la separazione precoce dalla madre era un fenomeno realmente accaduto e dimostrabile.
N.T.: Ma questo problema non c’è sempre nello sviluppo infantile? Data l’esistenza di un così gran numero di variabili, quando mai si può esser certi che una particolare variabile, fra le tante, determini sempre un particolare risultato?
J. B.: Codesta è una buona osservazione: si potrebbe dire che tutto è causa di tutto. Per esempio, io e lei in questa stanza: a noi sembra di sapere perché siamo qui, ma in effetti se cercassimo di rintracciare i fattori causali che ci hanno condotti qui sarebbero sicuramente innumerevoli. L’arte della scienza sta proprio nell’estrarre certe dimensioni salienti da questa confusione spaventosa.
N.T.: Ma quando ha scelto la separazione precoce dalla madre come dimensione saliente per spiegare il disadattamento dei suoi quarantaquattro ladruncoli, aveva la certezza di essere nel giusto, o era consapevole di mettere avanti un’ipotesi arrischiata?
J. B.: Beh, veda, le due cose insieme, e penso di doverlo sottolineare: come scienziato avanzavo un’ipotesi, ma come psichiatra pratico la mia era una quasi-certezza. Mi sento di difendere questa posizione: quando si rivestono ruoli diversi è lecito parlare in diversi toni. Come scienziato, l’informazione che avevo era insufficiente, e sappiamo bene (cito Karl Popper) che nessuna ipotesi è mai provata: la più consolidata di tutte le ipotesi potrebbe domani crollare o risultare inadeguata. Quando si avanza un’ipotesi nuova, per quanto ben fondata possa dimostrarsi in seguito, per il momento è solo uno spunto da criticare, verificare e approfondire per altri dieci o vent’anni. Così è inevitabile che qualunque cosa possa aver detto nel ’44 era un’ipotesi appena nata, che si fondava su dati assolutamente insufficienti. Tuttavia, per quanto riguarda il mio parere professionale come psichiatra, ero abbastanza convinto della validità della teoria, non solo in base ai dati che ero in grado di pubblicare, ma anche fondandomi su una grossa esperienza clinica, che non si può trovare in una monografia, ma vale lo stesso qualcosa. Anche la storia particolareggiata dei ragazzi di cui scrivevo nel mio libro era per me molto convincente e nell’insieme potevo sentirmi tranquillo sulla validità delle indicazioni che davo nel mio lavoro professionale.
N.T.: Ma le è successo di mettere in dubbio questa teoria, più tardi, quando ha studiato i bambini ricoverati in sanatorio? Anche questi, naturalmente, erano stati separati dalla madre, in certi casi molto presto, ma complessivamente sembrava che uscissero abbastanza bene da questa esperienza.
J. B.: Beh, ho imparato molto da quella ricerca. La cominciai con l’idea che l’entità del danno e il numero di bambini colpiti fossero così grandi che un’indagine relativamente superficiale sarebbe bastata a rivelarli. Quello che ne ho ricavato è che il danno subito non era evidente a uno sguardo superficiale, e sottolineo superficiale, perché gli strumenti che abbiamo usato erano molto grossolani. Secondo, era chiaro che un buon numero di bambini se l’era cavata discretamente, anche se su alcuni avevo molte riserve. Ma ero convinto che, avendo usato indici così rudimentali, non eravamo in condizione di spiegare adeguatamente lo sviluppo di quei bambini. D’altra parte, se non li avessimo pubblicati, saremmo stati criticati per il fatto di tenere nel cassetto dei dati non favorevoli, ma veramente non credo che questo studio abbia un gran valore scientifico.
N.T.: A questo punto faccio un po’ di confusione fra il teorico e il pratico, perché lei stesso prima diceva che anche Forty-four Juvenile Thieves si basava su dati inadeguati, eppure non ci trovava niente da ridire.
J. B.: Sì, qualunque dato è inadeguato, ma con i Forty-four Thieves mi sentivo più tranquillo, perché sapevamo molto di più su quei ragazzi, sia delle loro storie che dello sviluppo attuale, che sui bambini del sanatorio. Per questi infatti ci si basava su un questionario compilato dagli insegnanti: l’insufficienza delle loro risposte risultò in maniera piuttosto vistosa quando scoprimmo che ci avevano intenzionalmente tenuto nascosto il fatto che uno dei ragazzi rubava. A parte questo, verso la metà degli anni cinquanta diversi altri erano arrivati per conto loro a conclusioni simili alle mie, per esempio Goldfarb e Spitz.
N.T.: Ma anche così, i risultati di questa ricerca non l’hanno spinta a rivedere nessuno dei suoi primi lavori, come Child Care and the Growth of Love, che ha avuto tanto successo in edizione tascabile e credo si venda ancora intorno alle 20.000 copie l’anno?
J. B.: Certo, ho fatto qualche revisione marginale del testo, ma il numero dei cambiamenti necessari è del tutto trascurabile. Naturalmente la mia posizione originaria oggi si è modificata in qualche misura. Alcuni bambini escono discretamente bene da un’esperienza di separazione: ci sono tantissime variabili da considerare, che determinano un esito migliore o peggiore. Ho chiarito fin dall’inizio che erano solo una minoranza, magari molto piccola, i bambini che possono essere gravemente danneggiati da queste esperienze; mi rendevo conto benissimo che c’erano molte variabili, anche se allora non mi sentivo in grado di precisarle. Ma anche se fosse solo l’uno o due per cento dei bambini che subiscono una separazione prolungata dalla madre a uscirne col grave handicap rappresentato da uno sviluppo psicopatico, si tratterebbe sempre di un rischio grosso. Viene a proposito l’esempio della poliomielite: meno dell’un per cento delle persone colpite dalla polio restano paralizzate, eppure la consideriamo un grave rischio. Un concetto semplicissimo di politica sanitaria, eppure, sia detto senza offesa, sembra che siano molto pochi gli psicologi che lo capiscono.
N.T.: Lei si è sempre interessato molto allo studio dell’etologia, come sostegno alla sua teoria sul carattere biologico dell’attaccamento alla madre in tutti i giovani mammiferi. Pensa che la stessa variabilità nella risposta alla separazione si trovi anche nel mondo animale?
J. B.: Eh, sì, c’è una grande variabilità tra le scimmie Rhesus, per esempio. Hinde ne parla molto, sebbene Harlow, come la maggior parte degli psicologi sperimentali, cerchi di azzerare ogni tipo di variazione. Ma la tendenza a sviluppare un attaccamento verso un particolare individuo è una caratteristica specifica di qualunque mammifero. Anche la tendenza a protestare e disperarsi quando il legame viene troncato è molto diffusa tra i mammiferi. Per certi versi il lavoro di Harry Harlow ha avuto un’importanza eccezionale, ma per me è stata più interessante la ricerca di Robert Hinde, perché quello che ha fatto è più vicino a ciò che avviene coi bambini. Prenda per esempio il suo lavoro sugli effetti di brevi separazioni, quando si tengono lontani i piccoli Rhesus dalla madre per non più d’una settimana: le loro risposte dopo sono tali e quali quelle che si vedono nei bambini, e Hinde ha dimostrato che gli effetti di questa settimana di separazione possono durare anche fino a due anni, che è un dato piuttosto impressionante.
N.T.: Ma per quanto riguarda l’uomo, pensa che questa rottura dei legami sia necessariamente tanto più grave quanto più è precoce, almeno passati i primi sei mesi o giù di lì?
J. B.: No, veramente non è questa la mia posizione, oggi. Un tempo parlavo dei primi cinque anni, ma devo dire che col passare del tempo sono sempre più colpito dall’influenza che possono avere anche gli anni successivi. Ci sono moltissimi dati che indicano che le esperienze d’abbandono, fino all’adolescenza inoltrata, sono molto frequenti fra coloro che poi diventeranno dei depressi. Per quanto creda ancora che i primi cinque anni di vita sono i più importanti, questo non vuol dire che anche gli anni successivi non abbiano una grande importanza.
N.T.: Le sue teorie devono aver fatto una certa impressione a quell’epoca.
J. B.: Sì, sfidavo grosse opposizioni. Il messaggio fu raccolto molto prontamente dagli assistenti sociali e dalle persone che operavano nel mondo pratico della psicologia e psichiatria infantile, ma suscitava feroci resistenze tra gli psichiatri degli adulti, che non perdevano mai un’occasione per bistrattarlo. Né ha mai incontrato un grande entusiasmo tra i miei colleghi psicoanalisti. È stato accettato controvoglia col passare degli anni, anche se bisogna distinguere i vari gruppi. Un tempo alcuni pediatri erano molto ostili, mentre in seguito altri sono diventati grandi sostenitori delle mie idee. Ma gli assistenti sociali e in genere le persone che lavoravano coi bambini hanno capito immediatamente di che cosa parlavo e hanno raccolto le mie idee con grande entusiasmo, forse perché lo sapevano già per metà.
N.T.: Mi chiedo se una delle ragioni del disaccordo non stesse nel modo in cui lei trattava la separazione come un concetto unitario, mentre in realtà ci sono molti tipi diversi di separazione, che probabilmente comportano conseguenze abbastanza diverse.
J. B.: Sì, penso che sia vero. Ma non dimentichiamoci che nella scienza tutto va avanti in base a un processo di discriminazione progressiva: anzitutto si deve identificare una situazione, prima di poterla suddividere in un insieme più raffinato di situazioni. Credo che oggi sappiamo molto di più sulle condizioni che influenzano la risposta del bambino alla separazione, in meglio o in peggio, ma sono ancora convinto che quello di separazione sia egualmente un utile concetto generico. La situazione che mi ha sempre particolarmente interessato è quella del bambino piccolo che si trova in un luogo estraneo con persone estranee. Ora, è chiaro che qualunque cosa che si discosti un po’ da condizioni di totale estraneità non fa che migliorare la situazione: per esempio, se il bambino ha vicino a sé un padre, un nonno o un fratello maggiore, certo può esser meglio di niente. Ma se è attaccato alla madre come figura principale, come lo è la maggior parte dei bambini, cercherà lo stesso e sentirà la sua mancanza in modo particolarmente grave soprattutto quando è stanco, malato, impaurito. Quando è più grande, naturalmente è in grado di colmare il distacco con vari metodi di comunicazione a distanza. Il telefono, per esempio, è ormai uno strumento importantissimo anche nelle mani di un bambino di tre anni; per un bambino in collegio, poniamo, ci sono anche altri modi più tradizionali di mantenere i legami con la famiglia, lettere, pacchi, ecc.
N.T.: Ma per un bambino sotto i tre anni, questi sistemi simbolici di mantenere i legami non avrebbero proprio nessun significato?
J. B.: Quanto più piccolo è il bambino, tanto più deboli e remoti diventano, anche se raccomando vivamente di usare qualunque mezzo a disposizione. Se la madre è in ospedale, visite, telefonate e così via non possono fare che bene.
N.T.: Un’altra critica che a volte viene fatta alle sue teorie è che sembra di capire che per lei qualunque separazione è sempre peggio che restare con l’oggetto originario dell’attaccamento, quali che siano le sue condizioni. Ma immagino che questa le sembri una distorsione delle sue idee.
J. B.: Sì, molto. Per esempio, prendiamo un bambino di quattro anni con una madre gravemente depressa: se gli si potesse trovare una famiglia affidataria davvero soddisfacente, magari con una zia o una persona del genere, non avrei nessuna esitazione a consigliarlo e il bambino ne potrebbe ricavare un giovamento enorme. Ma il pericolo di intervenire automaticamente appena un bambino ha una madre semplicemente non adeguata è che spesso la gente non pensa a quelle che possono essere le alternative realmente accettabili: una volta deciso che questa famiglia non va bene e portato via il bambino, abbiamo la tremenda difficoltà di trovare sistemazioni durature che siano davvero migliori. Su questo punto la gente è in genere molto semplicistica e precipitosa: non riflette fino in fondo sul problema di che farne del bambino, possibilmente per i prossimi dieci anni. Quello su cui insisto è solo che prima di arrivare a questo tipo di decisione si siano realmente esaminate le alternative possibili. Gli istituti probabilmente sono migliorati dalla fine della guerra, ma è sempre molto difficile avere personale valido e stabile per un lavoro di questo tipo, che è difficile e mal pagato.
N.T.: Talvolta la si accusa di avere una fede quasi mistica nell’importanza del rapporto del bambino piccolo con la madre, in confronto, poniamo, ai rapporti che può avere col padre o coi fratelli. Che cosa ne dice?
J. B.: Beh, penso che indubbiamente il bambino piccolo ha una tendenza fortissima a stabilire un attaccamento con un individuo particolare. Ora, quanto più l’individuo presenta certe caratteristiche, tanto più al bambino piace. Grazie alle modificazioni ormonali che intervengono durante la gravidanza e il puerperio, la madre tende ad essere particolarmente in sintonia con le richieste del bambino. Così, proprio in quanto biologicamente predisposte a quel compito, le madri sono in genere la figura preferita, e così è stato per la maggioranza degli esseri umani nel corso dei secoli e in tutte le culture. È possibile per un uomo rispondere altrettanto bene ai bisogni di un bambino fin dalla nascita? La risposta è molto semplice: si può dire solo che non lo sappiamo, perché nessuno l’ha mai studiato sistematicamente. Non ho ancora letto di nessun bambino allevato da un uomo e di come può essere andato a finire. È un campo in cui sappiamo ben poco, un ottimo terreno di caccia per i pregiudizi.
N.T.: Ma non si potrebbe dire che ormai siamo entrati in un’era nuova, in cui le donne non sono più costrette, dal punto di vista biologico, fisico, economico, ad assumere il ruolo tradizionale della madre che rimane in casa?
J. B.: Può essere, ma fondamentalmente sono convinto che se le madri non stanno coi loro bambini, i bambini non potranno crescere bene. Avremo una gran quantità di persone disturbate e la vita familiare diventerebbe ancor più carica di tensioni e infelicità. Sono d’accordo, però, sul fatto che senza volerlo abbiamo creato condizioni molto sfavorevoli per le donne nella nostra società, soprattutto isolandole. In comunità economicamente meno evolute ancora oggi tutti si conoscono fra loro, c’è un grande aiuto reciproco e si incontra un’attiva vita sociale, per esempio intorno al pozzo del villaggio, come mi ricordo di aver visto nei Pirenei. Noi invece abbiamo creato una società che presenta caratteristiche uniche rispetto a qualunque modello storico. Un grandissimo numero di famiglie nucleari si trasferiscono, uscendo dal raggio delle persone che conoscono, e le donne si trovano confinate in piccole case, in posti dove non conoscono anima viva e, siccome hanno tutte le comodità a portata di mano, non hanno bisogno di uscire e incontrare i vicini. Questa situazione la chiamo inquinamento sociale, in quanto nessuno l’ha voluta, ma è solo la scoria accidentale del modo in cui gestiamo la nostra economia. Non c’è dubbio che le vittime principali sono le donne. Sotto questo profilo, uno dei movimenti più importanti degli ultimi anni in Inghilterra è stato la crescita dei gruppi di gioco prescolastici: sono proprio le madri che cercano di uscire dalla crisi con le loro sole forze. A me sembra un movimento meraviglioso, un ottimo tentativo di affrontare questi problemi d’isolamento.
N.T.: Ma non significa mettere le giovani madri che hanno studiato in una situazione insostenibile? Per esempio, all’università si dà a una ragazza la stessa educazione e le stesse aspirazioni dei coetanei maschi, ma appena ha un bambino le diciamo: “Lascia perdere la carriera per cui avevi studiato e occupati piuttosto dei gruppi di gioco”.
J. B.: Sì, ammetto che è una situazione piuttosto insostenibile. Ma vede, tutti i valori che vengono sostenuti oggi sono valori maschili: l’università ha un orientamento maschile, l’ha sempre avuto. Nella misura in cui fanno proprio il modello universitario, le donne adottano valori maschili e non sono per niente convinto che questo sia davvero nel loro interesse.
N.T.: Ma non bisogna vedere prima se le donne accettano l’esistenza di valori maschili e valori femminili?
J. B.: Sì, ma legga un po’ d’antropologia sociale e veda se esistono o no. Uomini e donne hanno chiaramente una diversa dotazione di partenza e interessi diversi: perfino a diciotto mesi o due anni la cosa è evidente, se guardiamo il tipo di gioco e di interessi. Per un momento, vorrei non pensare che sia tutto determinato solo dalla cultura, anche se la cultura può esasperarlo. A mio modo di vedere, tante femministe stanno abbandonando questi valori femminili. Mi fa dispiacere soprattutto vedere come criticano le altre donne che godono di stare coi figli: trattarle con disprezzo è una cattiveria. No, la mia convinzione è che, se le madri e i bambini piccoli si trovano in condizioni d’isolamento, diventano depresse e così via, dobbiamo trovare una soluzione al problema, ma una soluzione che vada più nel senso dei gruppi di gioco prescolastici e del lavoro a mezzo tempo finché i bambini sono piccoli, che non verso l’asilo-nido e il lavoro femminile generalizzato. Ho il sospetto che la maggioranza delle donne preferirebbe una soluzione di quel tipo; le accese femministe sono una piccola minoranza.
N.T.: Ma anche in questo caso, ammesso che la sua teoria sia esatta, non pensa che il tempo stia lavorando contro di lei? Diamo per scontato che la famiglia tradizionale coi suoi ruoli definiti abbia assolto bene i suoi compiti, dando una solida base ai legami di attaccamento personale; ma ora non stiamo andando verso un tipo di unione più fragile, che spesso per tanti motivi è meno capace di offrire quel tipo di cura diretta e continuativa del bambino che si poteva avere un tempo?
J. B.: Non sono molto convinto. Ci sono sempre state tante famiglie fallite. Ho ragione di pensare che un cinquanta-sessanta per cento delle famiglie oggi se la cavi veramente bene e non vedo motivi perché non debba continuare così anche in futuro. Certo, rimane una minoranza disgraziatamente molto grossa, ma non penso che in questo ci sia nulla di nuovo rispetto agli ultimi due o tre secoli. Spero che con una miglior comprensione di questi problemi e coi progressi della ricerca, la società nel prossimo secolo potrà far meglio di quello che sappiamo fare noi oggi: non sono un pessimista.
NICHOLAS TUCKER è lettore in Psicologia dell’età evolutiva all’Università del Sussex. È autore di vari libri sui differenti aspetti dell’infanzia.
*articolo tratto da Psicologia Contemporanea