A cura del Dott. Antonio Violo
In Psicologia Giuridica un settore d’indagine molto complesso ed estremamente delicato riguarda l’ascolto del minore presunta vittima di abuso sessuale, soprattutto, anche se non in via esclusiva, quando tale crimine si sospetta sia stato commesso da un familiare di primo grado (comunemente il proprio genitore, ma può riguardare anche parenti più prossimi come nonni, zii, fratelli, cugini e simili). In simili circostanze viene solitamente predisposto dall’autorità giudiziaria lo svolgimento della cosiddetta “audizione protetta” del minore, da attuarsi in uno spazio appositamente attrezzato per poter evitare ulteriori traumi e, al contempo, garantire la corretta e completa acquisizione della sua testimonianza, ossia del racconto dell’esperienza di abuso presumibilmente subita. La difficoltà principale con cui si confronta lo psicologo CTU nominato consiste nel dover stabilire la credibilità e l’attendibilità delle affermazioni del minore coinvolto nel processo.
Innanzitutto occorre effettuare alcune precisazioni propedeutiche.
È già stata evidenziata la necessità, da parte del Magistrato che si occupa del caso, di avvalersi della prestazione professionale di un consulente esperto in psicologia clinica e giuridica, al fine di garantire una corretta conduzione dell’intervista del minore. Purtroppo, talvolta si assiste ancora a situazioni critiche nelle quali il Magistrato assume direttamente la conduzione del colloquio, non consentendo al consulente di applicare le linee guida sull’ascolto protetto dei minori suggerite dalla Psicologia Giuridica.
Tra queste linee guida si possono citare, ad esempio, il Memorandum of Good Practice in uso in Gran Bretagna (Home Office, 1992) e la Step Wise Interview proposta da Yuille e colleghi (1989, 1991, 1993), che prevede, tra le fasi centrali del colloquio, un’introduzione iniziale dell’argomento e dello scopo dell’intervista, iniziando con domande generiche come “Sai perché sei venuto qui a parlare con me?” e proseguendo con quesiti più mirati come “C’è qualcosa che ti è successo di cui mi vorresti parlare?”.
Un ulteriore esempio di protocollo corretto di intervista semistrutturata è rappresentato dal National Institute of Child Health and Human Development (NICHD) Protocol for Investigative Interviews of Alleged Sex Abuse Victims, sviluppato da Lamb, Sternberg, Esplin, Hershkowitz ed Orbach (1997). Tale protocollo sottolinea che minore è il numero di domande chiuse rivolte al bambino, maggiore sarà l’accuratezza delle risposte, riducendo il rischio di suggestione.
Durante il racconto libero del minore, è buona prassi che nella stanza predisposta per l’incidente probatorio sia presente esclusivamente il CTU, unico autorizzato a porre domande direttamente al bambino. Il CTU è collegato tramite citofono agli altri professionisti coinvolti (Giudice, Avvocati, CTP, ecc.), che assistono al colloquio da un’altra stanza dotata di vetro unidirezionale. Le eventuali domande vengono quindi filtrate e mediate dal CTU prima di essere rivolte al minore.
Una fase cruciale consiste nell’analizzare la forma e il contenuto delle dichiarazioni del minore emerse durante l’intervista. Per la corretta conduzione di tale analisi si rimanda a contributi specialistici, tra cui il testo di Guglielmo Gulotta e Ilaria Cutica, “Guida alla perizia in tema di abuso sessuale e alla sua critica” (Giuffré, 2004).
Alcune caratteristiche delle comunicazioni del minore devono essere valutate con estrema attenzione: pur non dimostrando di per sé la falsità delle dichiarazioni, la loro presenza congiunta può giustificare dubbi sulla veridicità del racconto. Tra queste si annoverano la presenza di informazioni stereotipate o incomplete nel racconto spontaneo, successivamente ampliate in modo non sempre coerente solo dopo sollecitazioni insistenti, nonché la scarsa presenza di riferimenti soggettivi ed esperienziali.
Secondo studi empirici sulla memoria (Johnson & Raje, 1981; Alonso-Quecuty, 1992), tali caratteristiche sono tipiche di narrazioni non vissute direttamente. I ricordi basati su esperienze reali tendono infatti a includere spontaneamente maggiori dettagli contestuali (spazio-temporali) e sensoriali, mentre quelli derivati da immaginazione contengono più elementi soggettivi ed eccentrici.
Ulteriori ricerche (van der Kolk & Fisler, 1995; Scholer, Gerhard & Loftus, 1986) evidenziano che le memorie di abuso reale presentano una maggiore ricchezza di informazioni sensoriali e percettive rispetto alle fantasie di abuso.
Gulotta (tra i massimi esponenti della Psicologia Giuridica in Italia, avvocato e psicoterapeuta, docente di Psicologia Giuridica presso l’Università degli Studi di Torino), in riferimento alla malleabilità dei ricordi umani, afferma: «[…] i ricordi relativi ad eventi traumatici possono essere alterati da nuove esperienze, ed interi eventi, mai accaduti, possono essere inseriti tra i ricordi personali. Questo dimostra un meccanismo per cui ricordi falsi possono essere creati a partire da piccole suggestioni da parte di una persona a cui si crede (un membro della famiglia ritenuto affidabile, uno psicologo), o dall’incorporare dentro la propria storia personale l’esperienza di qualcun altro (Loftus, 2002) […]».
Altri errori di memoria riguardano la convinzione che eventi emotivamente intensi vengano ricordati in modo vivido e quindi accurato, oppure che i ricordi restino immutati nel tempo. Entrambe queste credenze si basano su una presunta (ma inesatta) “indipendenza delle tracce mnestiche”. In ambito forense, quando si ascolta una testimonianza, spesso non si considera che tra l’evento e il momento della deposizione possono essere intervenute numerose esperienze che hanno modificato il ricordo. Si pensi, ad esempio, al fatto che l’incidente probatorio può avvenire anche mesi dopo i fatti.
Le ricerche sulla memoria hanno infatti dimostrato l’elevato grado di distorsione cui sono soggetti i ricordi (Mazzoni, 2000). Perfino eventi traumatici realmente vissuti, come il disastro dello shuttle Challenger, possono essere ricordati in modo diverso nel tempo (Harsch e Neisser, 1989). In alcuni casi, le persone arrivano a ricordare come propri eventi vissuti da altri (Barclay e Wellman, 1986), oppure possono sviluppare ricordi di eventi mai accaduti (Laurence e Perry, 1983; Loftus & Ketcham, 1994; Loftus & Hoffman, 1989).
I meccanismi cognitivi che rendono possibile la creazione di memorie di eventi non esperiti sono legati al funzionamento stesso della memoria umana. Immaginare il passato in modo diverso da come è stato realmente può modificarne il ricordo. In psicoterapia, ad esempio, è noto che il modo in cui si interpreta il proprio passato influisce sul significato attribuito sia ad esso sia al presente (Gulotta, 2004).
Loftus, pioniera in questo ambito, dimostrò già nel 1989 (studio replicato nel 1994 con Hoffman) la possibilità di creare, in un gruppo di adulti, ricordi coerenti e dettagliati di eventi mai accaduti. Un semplice meccanismo consiste nell’esposizione a descrizioni di eventi: leggere una narrazione può portare ad incorporarla nei propri ricordi autobiografici.
Questo fenomeno è legato anche all’errore di misattribuzione della fonte (Johnson, Hashtroudi e Lindsay, 1993), ossia alla difficoltà di distinguere l’origine di un’informazione: lettura, racconto altrui o esperienza diretta. Tale confusione può estendersi anche ai ricordi personali, specialmente quando si sovrappongono esperienze simili vissute o raccontate (Gulotta, 2004; Mazzoni e Loftus, 1996; Mazzoni, Vannucci e Loftus, 1999).
Un ruolo importante è svolto anche dall’immaginazione, spesso utilizzata per colmare vuoti mnestici. Immaginare un evento aumenta la sua familiarità e può portare a confonderlo con un’esperienza realmente vissuta (Garry e Polaschek, 2000), soprattutto in combinazione con errori di attribuzione della fonte (Garry e Hayes, 1999).
Secondo Johnson e Raye (1981), i ricordi di eventi reali contengono maggiori dettagli contestuali (spazio-temporali) e sensoriali. Schooler, Gerhard e Loftus (1986) hanno inoltre evidenziato che i ricordi reali vengono descritti con maggiore ricchezza linguistica e includono più riferimenti a processi cognitivi ed emozioni.
L’immaginazione può quindi confondere realtà e fantasia sia per eventi osservati sia per quelli in cui si è agito direttamente. Alcuni studi suggeriscono che le rappresentazioni mentali dell’azione e della sua immaginazione possano essere molto simili (Neisser, 1976; Norman, 1981), rendendo le tracce mnestiche difficili da distinguere. Ne deriva la possibilità di attribuire erroneamente lo status di evento reale a qualcosa che è stato solo immaginato o raccontato.
Un ulteriore aspetto rilevante riguarda le possibili false denunce di abuso formulate in buona fede da genitori preoccupati. Spesso le dichiarazioni del bambino possono essere influenzate in modo involontariamente suggestivo dal contesto familiare. Ad esempio, una madre può interpretare come anomalo un comportamento o una frase del figlio, sulla base di una conoscenza limitata dello sviluppo sessuale infantile.
Questa preoccupazione può tradursi in domande suggestive, nelle quali è implicita un’aspettativa. Anche se il genitore spera in una risposta negativa, il bambino può tendere a confermare ciò che percepisce come atteso. Successivamente, il coinvolgimento di altri adulti (amici, parenti, esperti) può amplificare l’ansia, fino ad arrivare alla denuncia.
In questo modo il quadro può risultare alterato fin dall’inizio, analogamente a una scena del crimine contaminata da interventi impropri. I bambini, infatti, tendono spesso ad adeguarsi alle aspettative degli adulti attraverso un processo di conferma comportamentale.
Si può così generare una costruzione sociale del racconto, in cui interpretazioni ambigue vengono proiettate sul bambino e successivamente confermate. In alcuni casi, le accuse di abuso possono risultare influenzate dall’atteggiamento di genitori eccessivamente preoccupati, che involontariamente inducono il figlio a confermare le loro ipotesi (Gulotta, 2004).
La letteratura scientifica sui falsi positivi (ossia il rischio di considerare come abusi fatti che in realtà non lo sono) è ampia e ben documentata. Green, già nel 1986, ipotizzava che la denuncia del bambino potesse basarsi su fantasie sessuali piuttosto che su eventi reali.
Mantell (1988) evidenzia che in alcuni casi le azioni riferite possono essere inventate, distorte o esagerate fino a risultare inappropriate. Tali narrazioni possono derivare da immaginazione, da interpretazioni errate di eventi reali o da semplici resoconti inaccurati. In altri casi, possono essere presenti distorsioni patologiche: paure legate alla sessualità o alterazioni della percezione di esperienze fisiche possono emergere in presenza di disturbi emotivi o mentali. L’accusatore, incapace di distinguere tra realtà e fantasia, può sostenere con convinzione la veridicità delle proprie affermazioni, rendendo controproducente un confronto diretto.
Bernet (1993, 1997) propone che le dichiarazioni false possano derivare da processi mentali inconsapevoli o non volontari. Tra i principali meccanismi individua:
1) la fantasia, che il bambino può percepire come reale, oppure l’interpretazione errata di eventi accaduti;
2) la confabulazione, definita come il riempimento dei vuoti di memoria con elementi fantastici o con fatti reali ma non pertinenti al contesto, fenomeno che può essere accentuato da pressioni dell’intervistatore;
3) la pseudologia fantastica (menzogna patologica), ovvero la costruzione di racconti senza motivazioni evidenti, sostenuti con tale convinzione da apparire reali anche al soggetto stesso. Secondo Deutsch (1982) questo fenomeno può derivare dalla riattivazione inconscia di tracce mnestiche, mentre Fenichel lo interpreta come una modalità “economica” per mantenere la rimozione.
Foti (1998) analizza il ruolo delle distorsioni all’interno di rivelazioni altrimenti attendibili, individuando possibili fattori come: il tentativo di ridurre il senso di colpa enfatizzando gli aspetti fisici dell’abuso; il bisogno di rappresentarsi come attivi e reattivi per evitare vissuti di impotenza o complicità.
De Cataldo Neuburger (1999) sottolinea che alcuni bambini possono amplificare o distorcere il significato di normali contatti corporei.
Dèttore evidenzia come, nei casi di fraintendimento, le accuse possano nascere all’interno di contesti familiari conflittuali. In tali situazioni, la denuncia non è necessariamente costruita deliberatamente né il bambino viene istruito a mentire; più spesso deriva da una interpretazione negativa di eventi innocui, influenzata da atteggiamenti pregiudiziali o risentimenti nei confronti del presunto abusatore, talvolta amplificati dalla forte esposizione mediatica al tema degli abusi. Inoltre, interrogatori ripetuti e suggestioni involontarie possono contribuire alla costruzione di accuse infondate. Il fraintendimento può riguardare anche il bambino stesso.
Secondo Caffo, le dichiarazioni dei bambini non sempre corrispondono fedelmente a ciò che è stato realmente percepito, vissuto o ricordato. Questo vale anche nei casi di presunto abuso sessuale, poiché diversi fattori possono influenzare la credibilità del racconto, tra cui: il guadagno personale, la paura della punizione, il vincolo del segreto, il mantenimento di una promessa o l’imbarazzo.
Lo stesso Caffo (2004) richiama le linee guida dell’American Academy of Child and Adolescent Psychiatry (AACAP, 1997), secondo cui le dichiarazioni possono essere in parte vere e in parte false. Una rivelazione può contenere un nucleo di verità, ma risultare modificata da successive elaborazioni, soprattutto in seguito a interviste ripetute e suggestive.
Vengono inoltre individuate diverse tipologie di false dichiarazioni, tra cui quelle generate da meccanismi inconsci o non intenzionali, come la confusione tra fantasia e realtà, le fabulazioni mitomaniche, le fantasie di seduzione, gli errori interpretativi e l’attivazione di meccanismi di difesa.
Il minore, sotto l’effetto della suggestione, può riportare eventi mai accaduti oppure distorcere, minimizzare, amplificare o negare fatti realmente vissuti. Gli adulti possono influenzare il bambino in modo più o meno intenzionale, mentre il minore stesso può essere solo parzialmente consapevole della veridicità delle informazioni che fornisce.
Non è raro, ad esempio, che i genitori fraintendano comportamenti, sintomi o dichiarazioni del figlio, e che tali interpretazioni influenzino successivamente il racconto del bambino stesso (Caffo, 2004).
Le dichiarazioni del minore possono non corrispondere all’evento realmente vissuto a causa di molteplici fattori: lo stress al momento della memorizzazione o successivamente, errori di interpretazione (fraintendimenti) e successive rielaborazioni. La rivelazione può inoltre essere influenzata dall’immaginazione del bambino, spesso utilizzata come meccanismo di difesa, che può contribuire a distorcere alcune parti del racconto.
La fantasia di abuso può derivare da diversi elementi: ad esempio, durante lo stadio edipico (Di Cori e Sabatello, 1999), il bambino può fraintendere e interpretare erroneamente le cure fisiche prestate da un genitore (come nel caso del bagno). Inoltre, emozioni come paura, imbarazzo, vergogna e senso di colpa possono attivare meccanismi di difesa inconsci, sia nel momento dell’evento sia successivamente, soprattutto in relazione alle conseguenze che il bambino immagina possano derivare dalla sua rivelazione.
In questo modo il bambino può arrivare a rimuovere, esagerare o minimizzare l’evento, oppure alcune sue parti (Caffo, 2004).
Anche le strategie, consce e inconsce, che il bambino mette in atto per fronteggiare paura, ansia e confusione legate all’esperienza contribuiscono a generare distorsioni nel racconto. Il senso di impotenza vissuto durante il trauma e nel momento della narrazione può portare all’introduzione di elementi di “fantasia d’onnipotenza”, in cui il bambino descrive reazioni all’abuso che in realtà non sono avvenute, ma che sono state solo desiderate (Caffo, 2004).
Un ulteriore elemento riguarda le possibili esagerazioni introdotte per ottenere attenzione e approvazione da parte dell’intervistatore. La prima rivelazione viene spesso accolta con forte partecipazione emotiva, mentre nelle interviste successive la stessa narrazione può suscitare minore interesse. Di conseguenza, il bambino può aggiungere dettagli o amplificare quelli già riferiti per mantenere l’attenzione dell’adulto (Caffo, 2004).
Per l’analisi della trascrizione della rivelazione del minore è consigliabile utilizzare criteri strutturati e validati empiricamente, come quelli appartenenti alla cosiddetta CBCA (“Criteria Based Content Analysis”), una tecnica riconosciuta dalla comunità scientifica per la valutazione della veridicità delle testimonianze.
In questi casi è inoltre opportuno ampliare le modalità di indagine, raccogliendo informazioni anche da altre fonti, come i genitori. È importante analizzare i legami affettivi tra il minore e le figure parentali, escludere eventuali condizioni di disagio psicopatologico (compresi eventuali vissuti traumatici pregressi) e approfondire la natura del rapporto tra il minore e il presunto abusante.
Tale analisi consente di valutare l’eventuale presenza di spiegazioni alternative plausibili, senza escludere a priori l’ipotesi che il minore possa aver amplificato o rielaborato le esperienze riferite. A questo scopo può risultare utile ascoltare anche altre figure significative (genitori, parenti, insegnanti, conoscenti), che possano contribuire a chiarire gli aspetti rilevanti della vicenda.
BIBLIOGRAFIA
Dettore D., Fuligni C., “L'abuso sessuale sui minori”, McGraw-Hill Companies, 2008
Malacrea M., Lorenzini S., “Bambini abusati: linee guida nel dibattito internazionale”, Raffaello Cortina, 2002
Caffo E., Camerini G. B., Florit G., “Criteri di valutazione nell'abuso all'infanzia. Elementi clinici e forensi”, McGraw-Hill Companies, 2004
Gulotta G., Cutica I., “Guida alla perizia in tema di abuso sessuale e alla sua critica”, Giuffré, 2004